Roberto De Zerbi ha iniziato ad allenare 8 anni fa, partendo dal Darfo Boario. Otto anni dopo è entrato al Bernabeu. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Il tecnico bresciano, ex Sassuolo ora allo Shakhtar Donetsk, si è raccontato ai microfoni della Gazzetta dello Sport: "Siamo ancora agli inizi, però sono soddisfatto della crescita della squadra, del modo in cui mi sono calato in una realtà nuova, del rapporto con il club e i giocatori e dei primi risultati".
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A settembre ha vinto la Supercoppa contro la Dinamo Kiev: un bel modo per farsi conoscere e amare.
"Quella tra Shakhtar e Dinamo è una grande rivalità, acuita dal fatto che la mia squadra ha dovuto lasciare Donetsk nel 2014 per la guerra e sta a Kiev. La Supercoppa l’abbiamo vinta 3-0. Quella sera fui contento soprattutto del modo in cui battemmo la Dinamo".
In campionato siete primi a pari punti con la Dinamo: si deciderà tutto nello scontro diretto al ritorno?
"Il campionato è più incerto di quanto dicano i risultati: ogni partita è combattuta. Un anno fa lo Shakhtar chiuse a undici punti dalla Dinamo. Per noi è importante vincere il campionato. Sto lanciando alcuni giovani del 2001 e del 2002, la squadra è piena di talento e l’obiettivo è ristabilire la gerarchia giusta in Ucraina".
Sente la pressione?
"No. So che allenare lo Shakhtar significa dover vincere, ma questa consapevolezza non mi toglie il sonno. Piuttosto, sento sempre la pressione di dare rapidamente un’organizzazione alla squadra. Voglio che acquisisca in fretta un’identità chiara. E siamo in linea con i programmi".
È stato semplice entrare nella testa dei giocatori?
"Avevo molta paura per la lingua, per le abitudini, per l’anarchia che avevo notato studiando lo Shakhtar. E invece ho trovato grande disponibilità, altissima professionalità, notevole conoscenza del gioco. E disponibilità totale da parte del club".
La difficoltà più grande?
"La lingua: io dirigo gli allenamenti in italiano, ho due traduttori bravissimi. Poi uso un po’ di inglese, di spagnolo. E i ragazzi si sforzano di capire l’italiano. Ho cambiato atteggiamento in campo: sono meno duro, in Italia mi arrabbiavo di più perché il rapporto lo potevo ricostruire fuori dal campo. Tra le altre difficoltà, ci sono i viaggi lunghi, quasi sempre in aereo per tre o quattro ore. E poi le partite ravvicinate: da luglio giochiamo ogni tre giorni. A me era capitato solo nel primo post-lockdown. È un’esperienza nuova, che mi arricchisce".
Capitolo Champions: perché un solo punto?
"Perché ci siamo meritati quello. Però ogni partita porta con sé una storia diversa. Con l’Inter abbiamo pareggiato facendo una buona prestazione. Con il Real in casa abbiamo perso 5-0 ma fino al 2-0 del 51’ era una gara equilibrata. E al ritorno siamo stati sempre in partita. Avremmo potuto fare di più, certo, ma fa tutto parte del percorso. Con una strategia diversa, avremmo forse qualche punto in più. Ma ho preferito giocare a modo mio pur sapendo che il rischio era alto: una scelta dettata dal desiderio di costruire qualcosa di importante. Adesso non siamo pronti a giocare così in Champions, ci mancano la conoscenza del gioco, le caratteristiche fisiche, la convinzione. Ma cresceremo. Il punto di arrivo sarà tornare negli stadi importanti e giocare senza il freno a mano tirato".
Il terzo posto è impossibile?
"Adesso penso alla partita di Milano. Con l’Inter faremo di tutto per vincere e tenere viva la speranza di chiudere terzi".
Entrare al Bernabeu l’ha emozionata?
"Ha fatto effetto più al mio staff, che giustamente vive queste cose in maniera più umana. Io purtroppo me le godo di meno. A me interessa proporre in un teatro così prestigioso lo stesso tipo di calcio che mi ha permesso di arrivare fin lì".
Com’è la Serie A vista da lontano?
"Interessante e molto equilibrata. Noto la ricerca degli spazi, una tendenza che va avanti da un po’ di tempo. Milan e Napoli non sono lì per caso: hanno idee, mentalità, qualità ed entusiasmo. E ci sono altre squadre che lotteranno per lo scudetto".
Lei è divisivo. Perché?
"Perché non sono grigio. O bianco o nero. E quando è così, per forza dividi. Non è che mi dispiaccia, però trovo tutto esasperato. Quando esponi con convinzione la tua verità, che non è quella assoluta, quelli bravi ti dicono “non si può”. Ecco, a me il “non si può” proprio non piace. Non lo capisco".
Com’è la vita a Kiev?
"Sto molto bene, la città è bella. Vivo in un appartamento, ma passo gran parte del tempo al centro sportivo. Il popolo ucraino mi piace perché è dignitoso e orgoglioso, come dimostra la sua storia. Certo, mi manca la famiglia: questo lavoro tanto ti dà e qualcosa ti toglie".
Si è mai pentito della scelta?
"No, ero conscio delle difficoltà. Per come sono fatto io, credo che non potessi trovare una situazione migliore. Però ammetto che è stato difficile lasciare il Sassuolo: lì c’è gente a cui voglio bene e sono molto legato".
Autore: Redazione SN / Twitter: @sassuolonews
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