Intervista a Calcio&Finanza per Giovanni Carnevali. L'amministratore delegato del Sassuolo Calcio ha parlato dei temi legati alla gestione della Lega Calcio e soprattutto del calcio italiano. L'a.d. neroverde è stato insignito del premio “Top manager of the year” con la motivazione: “di aver conseguito i migliori risultati in termini sportivi e di comunicazione, la gestione generale del proprio club, la valorizzazione e lo sviluppo del brand all’estero”. Ecco le sue parole.
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A cosa si riferisce nel particolare quando parla di problemi di governance?
"Avere un management operativo, libero di prendere decisioni indipendentemente dall’assemblea: 20 società sono tante da mettere d’accordo".
Secondo Lei questa mancanza di coté politico ha nociuto al calcio quando si è trattato, invano, di avere un sostegno dallo Stato per i fondi post-pandemia?
"Questo è difficile da dire. Però constato che la trasmissione verso l’alto delle necessità del calcio italiano ha quale unica figura “politica” il presidente della Figc Gabriele Gravina. Questi però deve farsi carico dell’intero movimento, dalla Nazionale sino ai dilettanti. Noi come Lega, invece, abbiamo le due figure apicali (il presidente Paolo Dal Pino e il ceo Luigi De Siervo, ndr), entrambe di derivazione manageriale".
Però conviene che lo Stato difficilmente può garantire soldi pubblici a un sistema tendenzialmente in perdita e che non sembra ascoltare nessuno per quanto riguarda le necessarie riforme. Posto che la cosa riguarda solo tangenzialmente il Sassuolo visto che degli ultimi cinque anni, a parte il bilancio 2020 zavorrato dalla pandemia, quattro esercizi sono stati chiusi in utile?
"Al di là della situazione del Sassuolo, quello che dico è che io sono pronto alle riforme. Le faccio un esempio: molti sostengono che una Serie A a 18 squadre sarebbe migliore dal punto di vista tecnico e maggiormente sostenibile economicamente. Potrebbe essere vero però va detto che sarebbe più opportuno soprattutto per i grandi club, che avendo le coppe hanno calendari intasati e quindi devono allestire rose numerosissime che vanno a ingigantire i costi. Per noi società medio piccole però non è così. In primo luogo perché ci sarebbero meno posti nella massima serie, che è di gran lunga la più lucrativa. In seconda istanza perché avremmo minori introiti visto il minor numero di partite. Pertanto ben venga un campionato a 18 squadre a patto però che i grandi club stringano un patto di mutualità con cui aiutano i più piccoli".
In tempi di Superlega sembra quasi un’utopia. A proposito, come ha preso la notizia della Superlega quando è emersa?
"Le dico francamente che non ne sapevo niente. Quel giorno mi sentii tradito da Inter, Milan e Juventus. Non puoi essere in Lega e trattare i problemi come se fossimo una entità unica, e poi sottotraccia brigare per creare una lega esclusiva per società super blasonate".
Juventus, Real Madrid e Barcellona però non mollano. Secondo Lei riusciranno a crearla?
"Non credo nei modi in cui l’avevano progettata. Per prima cosa deve esserci un sistema meritocratico, in modo da dare a tutti la possibilità di partecipare. Ma secondo me nel lungo periodo e magari sotto l’egida della Uefa e tenendo presente il merito sportivo si arriverà a qualcosa di simile. Il calcio europeo sta fronteggiando una grande crisi economica e teniamo conto che la Premier League sembra avere già spiccato il volo verso una sorta di Nba (il campionato professionistico USA di basket, ndr) del calcio. Qualcosa in futuro bisognerà modificare".
Pentito che la Lega Serie A non abbia varato la media company e incassato i soldi del fondo CVC (1,7 miliardi per il 10%), come invece ha fatto la LaLiga spagnola?
"In termini strategici eviterei di fare entrare i fondi nella media company della Lega. Per quanto mi riguarda sono favorevole a un canale proprio della Lega che poi deve commercializzare il prodotto in giro per il mondo. Perché dare ad altri margini di guadagno che possiamo tenere per noi?In termini tattic l’entrata dei fondi forse avrebbe avuto un aspetto positivo".
Quale?
"Avrebbe creato una nuova società con una governance ben delineata e una catena di comando chiara. Invece in Lega ora si fa veramente fatica a decidere anche su temi prettamente tecnici quali sono i diritti televisivi".
Qui torniamo al tema della governance.
"Infatti dando uno sguardo a quello che succede in Spagna avremmo avuto bisogno di una figura forte tipo quella di Javier Tebas (presidente de LaLiga, ndr)".
Cosa pensa del caos che si è scatenato sui problemi legati ai diritti tv dati a DAZN?
"Non è un mistero che io fossi tra i pochi (con lui anche Massimo Ferrero presidente della Sampdoria ed Enrico Preziosi al tempo numero uno del Genoa, ndr) non convinti dell’offerta di DAZN. Nei fatti i miei colleghi hanno preferito una proposta molto sostanziosa in termini di denaro, e posso capirli alla luce dei danni prodotti dalla pandemia al sistema, ma che sollevava molti punti interrogativi da un punto di vista tecnologico".
Non crede allo streaming?
"Tutt’altro, sono certo che sarà il futuro. Ma bisogna anche essere sicuri che il prodotto venga trasmesso senza intoppi. Forse tecnologicamente non siamo ancora pronti. Nel business il timing di una scelta può fare la differenza tra vivere e morire. Chi segue le partite in tv paga per un servizio e noi come Lega abbiamo il dovere di vigilare. Però mi lasci dire un’altra cosa su questo argomento".
Prego.
"Sky ha accompagnato il movimento per 20 anni, fornendo soldi e professionalità al movimento. Trovo sia ingiusto che non abbiamo nemmeno dato loro il diritto di trasmettere gli highlights delle partite. Bisogna avere riconoscenza verso chi ci ha sostenuto, ma questa non c’è stata".
Uno potrebbe controbattere: business is business.
"Ma io non ne faccio una questione etica ma di opportunità. Chi ci assicura che al termine di questo ciclo DAZN offrirà gli stessi soldi per il prodotto? Meglio trattare bene tutti i possibili partner e broadcaster perché poi in futuro potresti essere tu ad avere bisogno di loro".
Mi scusi però non è un po’ facile fare questi discorsi quando si ha una proprietà forte come Mapei? Società che non solo garantisce continuità e solidità ma dà anche la quarta sponsorizzazione di maglia in Serie A da 18 milioni (con ulteriori 5 milioni come proventi pubblicitari), una cifra monstre per una società quel il Sassuolo?
"Vero, noi abbiamo la fortuna immensa di avere il supporto di Mapei e della famiglia Squinzi. Questo ci dà una sicurezza enorme nelle decisioni e nelle strategie. Mi lasci però dire una cosa su questo tema".
Dica pure.
"Possedere il Sassuolo ha un vantaggio laterale importante per la Mapei. Per l’azienda è fondamentale il mercato internazionale e in questo quadro il Sassuolo è molto utile. Le faccio un esempio, quando prestammo Kevin Prince Boateng al Barcellona, peraltro incassando due milioni per il prestito tre mesi dopo averlo acquistato a zero, sui giornali sportivi spagnoli campeggiava l’immagine del giocatore con il marchio Mapei in tutta evidenza. Una pubblicità impagabile per un’azienda che operando soprattutto business-to-business non arriva spesso al grande pubblico. Inoltre sulle nostre maglie appare solo il brand Mapei, quando vedo invece le casacche di certi club, anche tra i più importanti, che ormai mi sembrano un grande patchwork. Infine le dico anche che, lasciando stare il supporto di Mapei, abbiamo entrate commerciali superiori ai medi club di Serie A".
Merito dello stadio di proprietà?
"Lo stadio di proprietà è stata una grande opportunità. Era stato messa in vendita dal comune di Reggio Emilia e lo abbiamo acquistato sfidando un po’ lo scetticismo dei tifosi che, essendo Sassuolo in provincia di Modena, hanno visto trasferirsi la squadra a Reggio Emilia. Ciò detto è stato un un buon investimento. L’impianto è modernissimo ed è vicino sia all’autostrada Milano-Bologna sia alla stazione ferroviaria Mediopadana dell’alta velocità. Inoltre possiamo accomodare oltre 23.000 posti seduti e n 32 palchi. Infine abbiamo fatto moltissimi eventi. Basti pensare che il Mapei Stadium negli ultimi anni è stato tra l’altro sede di numerosi eventi sportivi di rilievo internazionale, come la UEFA Women’s Champions League del 2016, l’U21 UEFA European Championship, le qualificazioni per i Mondiali 2022. Tutto questo porta entrate aggiuntive".
Secondo Lei, perché nelle altre città si fa così tanta fatica?
"Non sono molto addentro ai problemi delle altre amministrazioni. Noi avevamo il vantaggio che l’impianto reggiano era in vendita e abbiamo operato".
Voi fate delle plusvalenze uno delle chiavi del nostro business: negli anni avete fatto emergere e venduto con profitto profili quali per esempio Stefano Sensi, e Manuel Locatelli e probabilmente ora sarà il turno di Giacomo Raspadori, Gianluca Scamacca e Davide Frattesi. Altre società invece sembrano utilizzare quale strumenti finanziari per far apparire ricavi in bilancio senza spese.
"Il fenomeno delle plusvalenze da un lato è il sale del calcio: scopri un talento lo fai crescere e poi lo vendi intascando il valore aggiunto. L’uso delle plusvalenze a scopo bilancistico non appartiene al nostro tipo di gestione e non voglio entrarci. Ciò che posso dire è che la nostra storia segue un progetto preciso".
Vale a dire?
"Guardi io dopo le prime esperienze nel calcio nelle categorie inferiori (Monza, Como, Ravenna, ndr), ero tornato a Milano per gestire la mia società, la Master Group Sport (negli anni diventato uno dei maggiori player della gestione di eventi e del marketing sportivo, ndr). Fu a quel tempo che mi chiamo il patron di Mapei Giorgio Squinzi per dare vita al progetto Sassuolo. Inizialmente noi fornimmo soltanto una idea di marketing e la strategia fu quella di fare una squadra di soli italiani che sfidasse club con tanti giocatori stranieri".
Era un modo per dare una unicità a una squadra di una cittadina di 40mila abitanti che inevitabilmente non può avere il seguito dei club metropolitani?
"Esatto. Poco tempo dopo il Dottor Squinzi mi disse che sarebbe stato felice se avessi preso in mano il Sassuolo in via definitiva. Io non ero totalmente persuaso, alla fine accettai e partimmo eseguendo un progetto ben preciso".
Quale?
"Beneficiando del fatto che la piazza di Sassuolo non mette le pressioni metropolitane, abbiamo sempre scelto allenatori che prediligano giocare in maniera aperta. Prima Di Francesco, poi De Zerbi e ora Dionisi. Si tratta di una scelta ben precisa che permette di valorizzare maggiormente i giocatori giovani e talentuosi, per poi permettere loro di fare carriera nei grandi club".
Com’era lavorare con Squinzi?
"Il Dottor Squinzi, oltre ad essere un imprenditore di successo, era anche una bravissima persona, così come sua moglie Adriana Spazzoli, che ha sempre lavorato a stretto contatto con lui. Non si sono mai imposti e hanno sempre fatto scegliere a me. Mi faceva sorridere il fatto che se fosse stato per lui non avrebbe mai venduto nessuno, il punto era che per il nostro business plan le plusvalenze da player trading sono essenziali e lui ha accettato questo nostro modo di agire senza mai eccepire. Voleva sempre essere informato di tutto poi diceva sempre: “faccia lei”".
Qual è ora il rapporto con i figli che ne hanno preso il posto?
"Un ottimo rapporto. Hanno continuato il progetto iniziato dai genitori con grande entusiasmo".
Sono arrivate delle offerte di acquisto per la società?
"Sì, da alcuni fondi. Ma non ci siamo mai mostrati interessati a vendere e non abbiamo mai determinato il valore della società".
Tra l’altro nel 2019 avete inaugurato il Mapei Football Center.
"Questo è un altro motivo di orgoglio. Si tratta di un complesso sportivo da 4.511mila metri quadri con sei campi da gioco – che include tutti gli asset sportivi (maschile, femminile e giovanili) e tutte le funzioni manageriali. Avere una sede/casa della società è sinonimo di riconoscibilità ed è anche per i lavoratori professionisti un elemento importante di immedesimazione, proprio come avviene per le grandi compagnie aziendali. Dopo lo stadio di proprietà, questo è un altro fiore all’occhiello".
Raspadori, Scamacca e Frattesi nel mirino di grosse squadre: ci può dire qualcosa?
"Lasciamo arrivare gennaio e poi valuteremo. Quel che posso dire che per la pandemia le operazioni sono molto più difficili di un tempo. La Juventus avrebbe terminato la trattativa per Locatelli in maniera molto più veloce in tempi normali, invece in estate abbiamo dovuto fare un gran lavoro".
Si sarebbe immaginato che ragazzi quali Berardi, Locatelli e Raspadori si sarebbero laureati campioni d’Europa da giocatori del Sassuolo.
"Ovviamente è stata una soddisfazione immensa. Ma il merito è esclusivamente loro e di tutta la Nazionale".
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