Il 3-2 dice Adzic al 94', ma Sassuolo-Juventus non è stata decisa soltanto da un lampo nel recupero. Prima del gol che ha fatto esplodere il Mapei Stadium c'è stata una partita nella partita, fatta di pressione, costruzione dal basso, ampiezza e spazi liberati. E da questo punto di vista Alberto Aquilani può considerarsi uno dei grandi vincitori della serata.
Il Sassuolo non ha battuto la Juventus snaturandosi, abbassandosi per novanta minuti o aspettando soltanto l'episodio favorevole. Ha provato invece a portare la squadra di Luciano Spalletti esattamente sul terreno che desiderava: attirarla, superarne la prima pressione e poi correre negli spazi lasciati alle spalle.
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Il Sassuolo non rinuncia alla costruzione dal basso
La prima scelta di Aquilani è stata anche quella più coraggiosa: continuare a costruire dal basso nonostante la pressione juventina. La Juventus ha provato soprattutto nella prima parte della gara a impedire un'uscita pulita, portando uomini in avanti e cercando di sporcare le prime ricezioni. Una strategia che inizialmente ha creato qualche problema al Sassuolo, ma che non ha convinto Aquilani a cambiare spartito.
Muric e i difensori hanno continuato a cercare il primo passaggio, mentre Matic rappresentava uno dei riferimenti per dare ordine all'uscita. L'obiettivo non era semplicemente conservare il pallone nella propria metà campo: il Sassuolo voleva attirare la Juventus in avanti. Più uomini bianconeri partecipavano alla pressione, più spazio poteva aprirsi alle loro spalle: la vera partita cominciava proprio lì.
Superata la prima pressione, la Juventus si allungava
Quando la Juventus riusciva a mantenere corte le distanze, il Sassuolo faticava maggiormente a trovare linee pulite. Ma una volta superato il primo blocco della pressione, lo scenario cambiava. I neroverdi trovavano campo e soprattutto potevano mettere in moto i giocatori offensivi contro una struttura juventina non sempre altrettanto compatta.
Il problema della Juve non era tanto andare a pressare, quanto ciò che accadeva quando quella pressione veniva superata. Se la prima uscita neroverde riusciva, centrocampo e difesa bianconeri erano costretti a correre all'indietro. Ed è proprio in quelle situazioni che il Sassuolo riusciva a esaltare maggiormente le proprie caratteristiche. Aquilani voleva una partita dinamica. Spalletti avrebbe avuto bisogno di controllarne maggiormente le distanze. Alla lunga ha prevalso il primo scenario.
Ampiezza e cambi di gioco per muovere il blocco bianconero
Un'altra chiave è stata l'utilizzo dell'intera larghezza del campo. Il Sassuolo non ha insistito sempre nella stessa zona, ma ha provato a spostare continuamente il blocco juventino, costringendolo a scivolare da una parte all'altra. Quando la densità aumentava su un lato, diventava importante avere la lucidità per cercare quello opposto.
L'ampiezza serviva dunque a creare spazio dentro. Un concetto apparentemente semplice: allargare la Juventus per poi trovare linee verticali quando le distanze tra i suoi uomini aumentavano. È qui che il Sassuolo ha mostrato una delle qualità migliori della propria partita. Non soltanto possesso, ma capacità di alternare il palleggio alla ricerca immediata della profondità. Muovere per aprire. Aprire per verticalizzare.
La pressione juventina perde efficacia nella ripresa
La differenza tra le due squadre è diventata più evidente con il passare dei minuti. Nel primo tempo la pressione della Juventus aveva avuto momenti di buona efficacia, obbligando il Sassuolo a prendere decisioni rapidamente e provocando qualche errore. Nella ripresa, invece, il meccanismo bianconero ha progressivamente perso sincronismo.
Qualcuno usciva, qualcun altro rimaneva. E nel pressing basta spesso mezzo secondo di differenza per trasformare un'aggressione efficace in uno spazio concesso.
Il Sassuolo ha cominciato così a trovare con maggiore facilità il giocatore libero e, una volta saltata la prima pressione, ha potuto attaccare una Juventus sempre più allungata. La squadra di Spalletti ha finito per mostrare due problemi differenti: con il pallone non sempre è riuscita a produrre quanto avrebbe voluto; senza, non è riuscita a mantenere per tutta la gara le distanze necessarie per sostenere una pressione così aggressiva.
Aquilani ha portato la Juve nella partita che voleva
Ed eccoci alla vera vittoria tattica di Aquilani. Il Sassuolo è riuscito progressivamente a costruire la partita che gli conveniva: attirare la Juventus, superarne la pressione, spostarla orizzontalmente e infine attaccare verticalmente gli spazi liberati. Non tutto ha funzionato e non sempre la gestione è stata perfetta. Nel finale i neroverdi hanno sofferto parecchio e la doppietta di Zhegrova dimostra quanto la Juventus sia rimasta pericolosa fino all'ultimo. Ma anche sul 2-2 al 91' il Sassuolo non ha rinunciato alla propria natura.
E il 3-2 di Adzic nasce quasi come l'esasperazione definitiva del concetto: Juventus proiettata in avanti, perdita del pallone, spazio alle spalle e Sassuolo immediatamente verticale. Il gol del 94' è stato certamente un episodio. Ma il campo nel quale quell'episodio è nato, Aquilani aveva lavorato per costruirlo per tutta la partita. Ed è forse questa la differenza tra vincere una gara e, almeno per una sera, vincerla anche tatticamente.
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