Lunga e bella intervista a Jeremie Boga. L'esterno ivoriano del Sassuolo si è raccontato ai microfoni di Sport Week, settimanale in edicola con La Gazzetta dello Sport. Boga, 4 gol quest'anno, è finito sulle prime pagine dei giornali dopo il pallonetto a Gigi Buffon e piace ai grandi club come Barcellona e Chelsea. Il giocatore del Sassuolo ha parlato dei suoi inizi e non solo. Ecco le sue parole.
Jérémie, ricordi il primo dribbling della tua vita?
"Mi chiedi troppo. So che ho iniziato a giocare a 5 anni e già allora mi piaceva puntare l’uomo. I compagni si arrabbiavano, ma è una cosa che ho dentro, mi viene naturale. Però ricordo bene quelli che ho fatto l’anno scorso contro l’Inter, a Milano: ne provai tanti, e li vinsi quasi tutti".
E chi fece scoccare in te la scintilla per il calcio?
"Mio fratello Daniel, che ha nove anni piùdi me e oggi è il mio procuratore. Io avevo iniziato con quelli della mia età, ma non mi divertivo, era troppo facile. Daniel mi tirò dentro nelle partite coi suoi amici, ragazzi di 13-14 anni. C’erano francesi, arabi, gente di ogni tipo: più che un quartiere, il posto in cui sono cresciuto era una comunità".
Marsiglia è una città di forte immigrazione e, di conseguenza, di forti tensioni sociali: hai mai avuto problemi, per esempio per il colore della tua pelle? "Mai. Sono venuto su in mezzo ai bianchi e ai neri: per me è stato un bene. Sono cristiano e da piccolo mi sono ritrovato in mezzo ai musulmani: vivono in maniera diversa, ma da loro ho imparato a prendere le decisioni importanti, perché quella è gente che sa cosa vuole dalla vita".
E tu cosa pensi di aver trasmesso ai tuoi amici di allora?
"Un po’ della mia allegria".
I tuoi sono della Costa d’Avorio.
"Si sono trasferiti in Europa quando mio fratello era già nato. Mio padre ha fatto il muratore, mia mamma lavora in una casa di riposo. Papà ha smesso per seguire me a Londra, quando venni preso dal Chelsea. Adesso è qui a Sassuolo: mi accompagna al campo, cucina...".
Da bambino invidiavi i coetanei un po’ più ricchi di te, che vive- vano in case più belle?
"Non ne ho avuto il tempo: nella mia testa c’è sempre stato solo il calcio. È per questo che a scuola non andavo troppo bene".
A 12 anni finisci al Chelsea...
"Loro hanno osservatori in tutto il mondo. Mi hanno preso da una piccola squadra di Marsiglia, l’ASPTT. Passai dal mare alla nebbia di Londra. E poi il cibo: a colazione sono passato dal prendere il latte coi cereali a un piatto con bacon e uova. Non digerivo mai. Nei primi due anni è stata davvero dura".
Compagni nelle giovanili del Chelsea che poi hanno fatto carriera?
"Abraham, che oggi è il centravanti della prima squadra, Loftus-Cheek, Musonda...".
Hai vinto qualcosa?
"Tanto: in Primavera, Youth League, campionato e coppa nazionale".
Ad agosto di due anni fa Antonio Conte, all’epoca sulla panchina del Chelsea, ti fa esordire contro il Burnley: rimane la tua unica apparizione coi grandi. Pensi mai che forse avresti potuto aspettare un po’ di più prima di chiedere di andar via?
"Ogni tanto, ma proprio perché sono giovane avevo bisogno di giocare, e davanti a me avevo gente come Hazard, Pedro, Willian. Non è che fossero più forti di me, erano davanti nelle gerarchie. No, nessun rimpianto".
Conte cosa ti diceva?
"Non mi parlava tanto. Quando mi mise titolare contro il Burnley mi disse solo, il giorno prima: 'Domani tocca a te'".
Cosa è cambiato dalla scorsa stagione a questa, che ti ha permesso di diventare un punto fisso nell’attacco del Sassuolo?
"Sono diventato più concreto. Prima giocavo per saltare il difensore, ma restava una cosa fine a se stessa. Oggi sono più maturo, e dribblo per una ragione precisa, il gol o l’assist".
Hai segnato a Buffon.
"È un momento che ricorderò per sempre. Mi sono sentito orgoglioso, perché lui è una leggenda del calcio".
Ma come ti è venuto in mente di fargli un pallonetto?
"Non sono stato a pensarci. Questo è il mio calcio: istintivo. I colpi mi vengono all’ultimo, non li preparo mai prima".
Quante botte prendi in partita?
"Tante. Ma sono abituato e mi spingono a diventare più forte".
E in cosa devi diventare più forte?
Come dice De Zerbi, devo essere più dentro il gioco, fare più gol e assist. Lui mi chiede tanto perché si aspetta tanto, e questo mi piace".
Ma è vero, come sostiene De Zerbi, che devi giocare di più coi compagni?
"Un po’ è vero. Diciamo che provo a saltare tre avversari e a fare gol; se non ci riesco, allora passo la palla" (ride).
I tuoi modelli?
"Messi, Hazard e Ben Arfa. Nel dribbling Messi è il migliore del mondo, ha uno stile inimitabile. Hazard è fenomenale nell’uno contro uno ed è divertente vederlo giocare. Ben Arfa era il mio idolo da bambino".
Hai giocato in Francia, al Rennes, in Inghilterra e in Spagna, al Granada: qual è il calcio in cui ti trovi meglio?
L’italiano e lo spagnolo. C’è più tecnica. In Inghilterra si tiene poco la palla tra i piedi".
Qual è la cosa più difficile a cui hai dovuto abituarti in Italia, in campo e fuori?
"In campo, la tattica. Ora ho imparato a difendere, ma all’inizio non riuscivo sempre a fare la diagonale. Per fortuna il Sassuolo è una squadra che difende in avanti, così per noi attaccanti è più facile. Fuori, il traffico: ero abituato alla guida a sinistra. Ma non ho preso tante multe, giuro!".
Stile barzelletta, facciamo che c’erano un francese, un inglese, un italiano e uno spagnolo: come li presenteresti?
"Il francese, dipende da dove arriva: quello di Parigi è un tipo, quello di Marsiglia un altro. Nella mia città tutti sono benvenuti. L’inglese va sempre di corsa, l’italiano è sicuro di sé, lo spagnolo... boh".
La tua vita fuori dal campo?
"Ho un figlio di 3 anni che vive in Francia con la madre, perché io e lei non stiamo più insieme. Ma lo vedo spesso. Per il resto, tante serie tv, su Netflix soprattutto: La Casa di Carta, Narcos... Poi i videogiochi: gioco col Liverpool, perché la partita dura poco e bisogna andar dritti".
Nella realtà, la squadra dei tuoi sogni qual è?
"Il Barcellona".
Ti sei dichiarato eleggibile per la nazionale ivoriana e non quella francese.
"Perché mi sento africano, non perché avessi paura di non essere convocato dalla Francia. In Costa d’Avorio sono state due volte, la seconda l’estate scorsa. Mi sono emozionato: la gente vive con poco, eppure sorride lo stesso".
Hai già vissuto in tanti Paesi diversi: ti ha reso più maturo come uomo?
"Lo dirà il tempo. Ho cercato di assimilare qualcosa dovunque sia stato. Per questo mi dispiace di non aver imparato lo spagnolo: al Granada avevo tanti compagni di squadra francesi, e mi sono adagiato".
Un altro ivoriano, Gervinho, gioca a pochi chilometri da qui, a Parma.
"Non ci incontriamo mai, ma ci siamo scambiati qualche whatsapp".
Jérémie, torniamo al principio: cos’è per te il dribbling?
"Divertimento. La ricerca di qualcosa di bello".
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