Alle tre del pomeriggio di un mercoledì ai primi di settembre normalmente si dovrebbe scegliere tra un caffè e un condizionatore. Sassuolo e Frosinone, invece, hanno 'deciso' di giocare a calcio (complimenti alla Lega per la pessima idea). E pure parecchio. Sotto un’afa tropicale, in quell’orario-tortura che ha trasformato il Mapei Stadium in una gigantesca friggitrice con l’erba, neroverdi e ciociari hanno confezionato una partita sorprendentemente bella: verticale, aperta, piena di occasioni, errori, ribaltamenti e soprattutto della cosa che troppo spesso manca nelle gare da dentro o fuori, il coraggio di provare a vincerle. Alla fine l’ha spuntata il Sassuolo ai rigori, guadagnandosi la Juventus agli ottavi di dicembre. Ma prima del premio c’è stata una partita che ha raccontato parecchio delle idee di Alberto Aquilani. E anche di quelle di Massimiliano Alvini.

Il Sassuolo è stato migliore nel primo tempo, il Frosinone nel secondo. Una divisione quasi salomonica dei novanta minuti, prima di lasciare alla lotteria dei rigori il compito di scegliere chi avrebbe avuto in regalo una gita allo Stadium. Premio curioso: vinci e ti tocca la Juventus. Nel calcio evidentemente anche i regali vanno saputi interpretare. Aquilani e Alvini sono partiti entrambi dal 4-3-3, ma soprattutto dalla stessa idea filosofica: se bisogna passare il turno, tanto vale provare a farlo giocando. Il Frosinone ha aggredito uomo contro uomo, tenendo la difesa alta, riempiendo l'area e cercando continuamente la verticalità. Una squadra quasi allergica al retropassaggio, pronta ad accompagnare l'azione con tanti uomini e ad accettare inevitabilmente il rischio di lasciare spazio alle proprie spalle. E il Sassuolo proprio lì ha provato a infilare il coltello.

Nel primo tempo i neroverdi hanno interpretato bene la partita. Bowie ha lavorato da riferimento, gli esterni e le mezzali hanno cercato gli spazi prodotti dalla pressione avversaria e la squadra di Aquilani ha provato più volte ad attaccare alle spalle una difesa del Frosinone coraggiosa fino al limite dell'incoscienza. Non sempre tutto è stato pulito, anzi, ma la sensazione interessante è che il Sassuolo sapesse cosa volesse fare. La rete di Dominguez è quasi il manifesto della partita: recupero, ripartenza immediata, campo aperto e attacco verticale. Niente ricamo all'uncinetto, pallone davanti e gambe dietro. Il Frosinone ha risposto prima dell'intervallo con Terzic e nella ripresa ha progressivamente preso il comando delle operazioni. I ciociari hanno aumentato aggressività e presenza nella metà campo neroverde, trovando anche due volte la porta prima che le reti venissero cancellate.

Aquilani ha provato a intervenire dalla panchina e nel corso della gara ha anche modificato la struttura, passando per un 4-2-3-1 nel tentativo di sistemare distanze e occupazione degli spazi. Il mercato gli ha consegnato alternative e si è visto: Berardi, Laurienté, Van der Brempt, Esposito, Bakola. Cambi che fino a qualche settimana fa sarebbero sembrati la distinta iniziale, ma il Frosinone non si è spaventato, ha continuato a giocare alto, rischiando, attaccando e arrivando più volte vicino al colpo. Il Sassuolo ha dovuto stringere i denti, affidandosi anche a Turati, decisivo prima del novantesimo e poi nella serie dal dischetto.

E alla fine sono arrivati i rigori. Berardi, Esposito, Thorstvedt e Bakola non hanno sbagliato. Turati ha fermato Amey, Hasa ha spedito alto l'ultimo tentativo laziale. Fine della sauna. Il Sassuolo passa, ma sarebbe riduttivo fermarsi al tabellone, perché questa partita ha mostrato anche una squadra ancora imperfetta. Quando il Frosinone ha aumentato i giri, i neroverdi hanno concesso troppo e alcune letture difensive dovranno essere riviste. Non tutte le domeniche si potrà concedere agli avversari la libertà di entrare così frequentemente dentro la partita. Ma c'è un'altra faccia della medaglia: questo Sassuolo vuole giocare. Aquilani non sembra interessato a costruire una squadra che, una volta passata in vantaggio, parcheggi il pullman davanti a Muric o Turati e consegni le chiavi all'autista. Vuole tenere il pallone, attaccare gli spazi, portare uomini avanti. E quando serve prova anche a cambiare sistema senza rinunciare all'idea di fondo.

Alvini ha fatto esattamente lo stesso dall'altra parte e ne è venuta fuori una partita con difetti, rischi e qualche follia tattica. Ma viva. E forse è proprio questo il complimento migliore. Alle 15, con più di trenta gradi, uno stadio quasi vuoto e un'organizzazione che sembrava aver fatto di tutto per togliere ossigeno alla partita, Sassuolo e Frosinone sono riuscite nell'impresa più difficile: farla respirare. Adesso per Aquilani c'è la Juventus. Dicembre, Stadium, ottavi di finale. Un premio guadagnato soffrendo e giocando. E se per arrivare alla Juve bisognava sopravvivere prima alla squadra di Alvini, poi ai rigori e soprattutto alle tre del pomeriggio di settembre, forse il turno più difficile il Sassuolo lo ha già passato: quello contro il termometro.

Sezione: Editoriali / Data: Gio 03 settembre 2026 alle 20:50
Autore: Antonio Parrotto / Twitter: @AntonioParr8
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