“Non si può avere una squadra da 50mila abitanti in Serie A”. Dal Vangelo secondo Aurelio De Laurentiis. Ah no, quelli del Vangelo erano altri. Grazie Aurelio, il cinema ti ha dato alla testa perché caro ADL, presidente del Napoli, grande produttore cinematografico e ormai anche sociologo del pallone, ieri hai tirato fuori l’ennesima perla di saggezza. Hai sentenziato che "non puoi avere squadre con 50mila abitanti in Serie A". Detto da uno che ha trasformato il Napoli in una major hollywoodiana del calcio, suona quasi poetico. Peccato che somigli più a un monologo di un film di serie B, di quelli dove il cattivo ricco vuole chiudere il paesino per farci un centro commerciale.

Il Sassuolo, con la sua “piccola” città di poco più di 40mila anime, ti dà fastidio come un sassolino nella scarpa. Eppure è proprio quel sassolino che, per anni, ha fatto inciampare giganti, ha prodotto talenti, ha tenuto viva la provincia nel calcio dei potenti. Ma per te, evidentemente, il calcio deve essere come i tuoi film: grandi budget, grandi città, grandi incassi. Il resto è folklore da eliminare. E qui arriva il colpo di scena più bello, firmato dal figlio Luigi De Laurentiis, che con la sincerità disarmante di chi conosce bene il soggetto non più tardi di un anno fa ha dichiarato: "Che mio padre possa dire delle cazzate penso che ormai sia noto, per tutti è abbastanza chiaro".

Grazie Luigi. Finalmente qualcuno in casa De Laurentiis ha il coraggio di dirlo senza filtri. Perché quando papà Aurelio parla di “resettare” il calcio italiano, di ridurre la Serie A a 16 squadre e di mandare in pensione le realtà come quella neroverde, non sta facendo analisi tattica: sta facendo il solito show da produttore che vuole comandare la trama. E io che all'inizio pensavo fosse la sublime imitazione di Max Giusti, tant'è che alla fine mi aspettavo di leggere nelle dichiarazioni anche un Massimo Boldi tirato in mezzo a casaccio. E invece no, quelle frasi le ha pronunciate Aurelio De Laurentiis in persona.

È la metafora perfetta del calcio di oggi: da una parte i grandi studios di Napoli, Milano, Torino e Roma che vogliono monopolizzare lo schermo; dall’altra le piccole produzioni indipendenti come il Sassuolo, che da anni dimostrano di saper raccontare storie bellissime senza bisogno di cast da mille milioni. Ma il calcio non era della gente? Lo sappiamo tutti che ormai è un business ma senza le storie belle come il Verona dello Scudetto, il Cagliari di Riva, la Sampdoria, la Cavese in Serie A, il Leicester di Ranieri che vince la Premier, l'Alessandria che arriva in semifinale di Coppa Italia, le piccole grandi storie che racconta ogni anno la FA Cup con voi che vi ostinate a non cambiare un cazzo in quella noiosissima Coppa Italia perché vedere il Casarano battere il Napoli vi farebbe solo piangere ma invece sarebbe una delle belle storie da raccontare e da tramandare. Perché tutti i club, caro Aurelio, hanno pari dignità. Altrimenti fatevi la cazzo di Superlega e amen. Giocate tra di voi e le altre si organizzano per modo loro. Ma il calcio non è solo vostro. È di tutti!

Il Sassuolo poi. Storia di giovani valorizzati, di gestione sana, di un modello che ha tenuto in piedi il campionato mentre altri bruciavano soldi come fuochi d’artificio. Ma per De Laurentiis senior queste storie disturbano. Disturbano il suo sogno di una Superlega tricolore dove entrano solo le squadre con il bacino d’utenza certificato, il marketing department efficiente e, soprattutto, il pubblico che riempie gli stadi come si deve. Il Sassuolo? Troppo piccolo. Troppo provinciale. Troppo “non da blockbuster”. Peccato che il calcio non sia un film, Aurelio. Qui non si gira con la moviola e non si cancella una scena solo perché non piace al produttore. Qui le promozioni si conquistano sul campo, non con le dichiarazioni a effetto o per grazia ricevuta dal bacino d'utenza: ma dove sta scritto che se un club ha 1 milione di tifosi deve stare di diritto in Serie A e in Champions League?

E la provincia italiana ha dato al nostro calcio molto più di quanto certi palazzinari del pallone vogliano ammettere. Sassuolo, per quanto 'piccola' ha insegnato a tanti 'grandi' cosa significa avere dignità e identità. E se un giorno deciderai di fare un film sul calcio italiano, ti suggerisco il titolo:
“La grande illusione”. Protagonista: un produttore convinto che solo le metropoli sappiano giocare a pallone. Antagonista: la realtà. Quella che, puntualmente, ti smentisce.
E grazie Luigi per la pillola di verità in famiglia.
Almeno a casa vostra qualcuno ancora distingue le cazzate dal Vangelo.

Sezione: Editoriali / Data: Mer 15 aprile 2026 alle 12:30
Autore: Antonio Parrotto / Twitter: @AntonioParr8
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