Ci sono storie che finiscono male e altre che, più semplicemente, non diventano mai ciò che avrebbero dovuto essere. Quella tra Andrea Pinamonti e il Sassuolo appartiene soprattutto alla seconda categoria. Non è stata una storia di rotture, polemiche o mancanza d’impegno. Anzi. Il centravanti ha lavorato, corso, combattuto e negli ultimi tempi è sembrato persino un giocatore più completo rispetto a quello arrivato in Emilia. Il problema è un altro ed è impossibile separarlo dai numeri dell’operazione: circa 20 milioni investiti per strapparlo all’Inter, l’acquisto più costoso nella storia neroverde, e un ingaggio da circa 2,4 milioni di euro netti a stagione, secondo soltanto a quello di Domenico Berardi.

Quando spendi così tanto non compri semplicemente un buon attaccante: compri la speranza che diventi uno dei pilastri del progetto. Pinamonti, invece, lascia Sassuolo dopo tre stagioni effettive in neroverde e 26 gol complessivi, con la sensazione che quella promessa sia rimasta sempre a metà. E la cessione alla Lazio, per 3 milioni più 9 di bonus, rende inevitabile fare i conti. Non soltanto quelli dei gol. Anche quelli economici.

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Venti milioni: il peccato originale di tutta la storia

Per comprendere davvero il rapporto tra Pinamonti e il Sassuolo bisogna partire dall'estate del suo acquisto. Il club neroverde decide di investire una cifra enorme per i propri parametri: circa 20 milioni di euro versati all'Inter: mai il Sassuolo aveva speso tanto per acquistare un singolo calciatore. Già questo cambia inevitabilmente la prospettiva.

Pinamonti non arriva come una scommessa da aspettare né come un giovane da valorizzare senza pressioni. Arriva per essere il centravanti del presente e del futuro, uno di quei giocatori sui quali costruire una parte importante del progetto tecnico. Anche lo stipendio racconta la dimensione dell'investimento: circa 2,4 milioni di euro a stagione per 5 anni, secondo ingaggio della rosa dietro soltanto a Berardi.

Il cartellino del prezzo, nel calcio, non entra fisicamente in campo, ma inevitabilmente resta appeso alla maglia. Certo, per questo non si può addossare la colpa al ragazzo ma ogni occasione sbagliata pesa un po' di più, ogni periodo senza gol dura qualche giorno in più, ogni stagione viene inevitabilmente confrontata con quanto è stato speso. Ed è probabilmente questo il grande equivoco che ha accompagnato l'intera esperienza di Pinamonti al Sassuolo: il rendimento di un buon centravanti valutato attraverso il costo di un grande investimento.

Primo anno: cinque gol e la sensazione di aspettare sempre qualcosa

L'inizio non mantiene le aspettative. Pinamonti chiude il primo campionato neroverde con appena 5 reti in 32 presenze. Troppo poche per il centravanti più costoso della storia del club, soprattutto considerando il ruolo che avrebbe dovuto ricoprire.

Ci sono partite nelle quali sembra poter accendere finalmente il motore, altre nelle quali finisce progressivamente ai margini della manovra. Il Sassuolo stesso attraversa momenti differenti e non sempre riesce a metterlo nelle condizioni migliori, ma il dato rimane. Cinque gol. Il problema non è soltanto la quantità. È la sensazione di un giocatore che fatica a diventare davvero centrale.

Pinamonti non è immobile, non si risparmia e non dà mai l'impressione di tirare indietro la gamba, però il Sassuolo aveva acquistato un attaccante chiamato a spostare gli equilibri e, almeno nella prima stagione, quegli equilibri si spostano troppo raramente. La prima annata lascia quindi una domanda sospesa: è stato un semplice periodo di ambientamento oppure l'investimento è stato sovrastimato?

Seconda stagione: arrivano 11 gol, ma il Sassuolo retrocede

Il secondo anno offre una risposta almeno parziale. Pinamonti migliora sensibilmente la propria produzione e arriva a 11 reti in campionato, ancora in doppia cifra come a Empoli (13 gol, sua miglior stagione). Finalmente i numeri cominciano ad avvicinarsi a quelli attesi da una prima punta importante. Ma il paradosso è feroce: la migliore stagione realizzativa di Pinamonti coincide con la peggiore stagione collettiva del Sassuolo perché i neroverdi retrocedono.

E così anche gli undici gol finiscono dentro una stagione che nessuno a Sassuolo può ricordare con particolare piacere. Pinamonti fa la propria parte, segna più del doppio rispetto all'annata precedente, ma non riesce a trasformarsi nell'uomo capace di trascinare la squadra fuori dalle sabbie mobili.

Naturalmente sarebbe ingeneroso attribuire a un singolo attaccante le responsabilità di una retrocessione. Il Sassuolo di quella stagione presenta problemi molto più profondi e distribuiti in ogni reparto. Ma resta ancora una volta il tema iniziale: cosa ci si aspettava da un investimento da 20 milioni? Undici gol rappresentano un buonissimo bottino. Non bastano, però, a cambiare il giudizio complessivo sull'operazione.

La Serie B che Pinamonti non vuole conoscere

Con la retrocessione arriva un altro bivio. Pinamonti non vuole scendere in Serie B, categoria nella quale non ha mai giocato. Il Sassuolo deve così trovare una soluzione e arriva il prestito al Genoa. È un passaggio importante anche per leggere ciò che accadrà successivamente.

Tornato per la seconda volta a Genova, l'attaccante offre un rendimento positivo (ancora doppia cifra con 10 gol) e continua il proprio percorso in Serie A. L'esperienza rossoblù sembra restituire al Sassuolo, dodici mesi dopo, un giocatore diverso sotto alcuni aspetti. Il Genoa, però, non esercita il riscatto perché ritiene alta la spesa per il cartellino. Pinamonti torna quindi alla base quasi per effetto del mercato: non era sceso in B con il Sassuolo e, dopo un anno lontano, ritrova i neroverdi nuovamente nel massimo campionato. Ed è forse proprio qui che comincia la versione migliore del Pinamonti sassolese.

Dopo Genova torna un attaccante diverso

Il Pinamonti che rientra a Sassuolo appare più maturo. Non necessariamente più prolifico, ed è questa la contraddizione, ma certamente più presente dentro le partite. Lavora maggiormente per i compagni, partecipa alla manovra, protegge palloni, si fa vedere anche lontano dall'area e sembra avere una consapevolezza diversa del ruolo.

Se nelle prime stagioni poteva capitare di vederlo scomparire dalla partita quando il Sassuolo non riusciva a servirlo, dopo il Genoa diventa più bravo a cercarsi da solo un posto dentro la gara. È più prestativo, più continuo nel lavoro sporco, più coinvolto. In altre parole, diventa un centravanti migliore. Ma il calcio conserva una crudeltà elementare per chi porta il numero nove: alla fine qualcuno apre la pagina delle statistiche e guarda la casella dei gol e lì compare il numero 9. Nove gol: abbastanza per essere utile, forse pochi per cambiare il giudizio. Nove reti in campionato non sono un fallimento assoluto, anzi, sarebbe sbagliato raccontarle così, ma nemmeno possono essere considerate il rendimento che trasforma retroattivamente un investimento da 20 milioni in un affare riuscito e non gli bastano nemmeno per coronare il sogno della Nazionale. È probabilmente questo il confine sul quale si è consumata tutta l'esperienza di Pinamonti.

Buon giocatore? Sì.

Professionista serio? Per quanto mostrato sul campo, sì.

Attaccante utile? Certamente.

Investimento riuscito? Molto più difficile sostenerlo.

Sono giudizi che possono convivere senza contraddirsi. Il mercato spesso porta a confondere il valore del calciatore con la bontà dell'operazione economica. Sono invece due cose differenti. Pinamonti può aver dato un contributo importante al Sassuolo senza che questo renda automaticamente conveniente l'investimento sostenuto per acquistarlo.

26 gol in tre stagioni neroverdi

Il totale racconta 26 reti nelle tre stagioni disputate con il Sassuolo. Non sono pochissime. Ma per l'acquisto più oneroso della storia della società non possono nemmeno essere considerate sufficienti a giustificare completamente l'investimento. Il Sassuolo aveva messo sul tavolo una cifra che, per dimensioni del club e politica societaria, rappresentava una scelta fortissima. Venti milioni significavano credere che Pinamonti potesse diventare non soltanto il centravanti titolare, ma uno degli asset tecnici ed economici principali della squadra.

La seconda parte della scommessa non si è verificata. Non c'è stata quella crescita di valore che spesso ha caratterizzato le migliori operazioni neroverdi. Non c'è stata una futura grande cessione capace di produrre una plusvalenza. E nemmeno sul campo Pinamonti è riuscito a raggiungere stabilmente quelle cifre realizzative che avrebbero potuto rendere secondario il discorso economico.

Cinque, undici, nove. Tre fotografie differenti, nessuna delle quali restituisce l'immagine del centravanti dominante che l'investimento iniziale lasciava immaginare.

Eppure l'impegno non è mai stato il problema

Sarebbe però troppo facile trasformare il bilancio economico in un processo al giocatore. Pinamonti non lascia Sassuolo accompagnato dall'immagine di un calciatore svogliato o poco professionale. Gli alti e bassi ci sono stati, come accade praticamente a ogni attaccante e a ogni giocatore, ma l'impegno non è mai mancato.

Ha lavorato, ha accettato le responsabilità, ha attraversato stagioni complicate e, soprattutto dopo il ritorno dal Genoa, ha mostrato una crescita evidente nell'interpretazione complessiva della partita. Ed è proprio questo a rendere più interessante il giudizio.

Il problema di Pinamonti a Sassuolo non è stato Pinamonti in senso stretto, è stata probabilmente la distanza tra ciò che era e ciò che il prezzo pagato chiedeva che diventasse. Se fosse costato dieci milioni, forse oggi il bilancio e il giudizio collettivo sarebbe differente. A venti milioni, inevitabilmente, cambia il metro.

La cessione alla Lazio rende i conti ancora più pesanti

Poi arriva l'ultima pagina. La Lazio acquista Pinamonti attraverso un'operazione dal valore potenziale di 12 milioni di euro, ma con una struttura molto particolare: 3 milioni di parte fissa e altri 9 attraverso bonus. Ed è qui che il confronto con i 20 milioni investiti inizialmente diventa inevitabile.

Naturalmente un bilancio calcistico non si calcola semplicemente sottraendo il prezzo di vendita a quello di acquisto. Ci sono ammortamenti, durata contrattuale, costi già contabilizzati e natura dei bonus. Ma dal punto di vista puramente sportivo ed economico, il quadro rimane evidente: il Sassuolo non riesce a rivendere Pinamonti a una cifra paragonabile a quella investita per acquistarlo e soprattutto la parte garantita dell'operazione con la Lazio è molto bassa rispetto al costo originario ed è l'ultimo elemento che rende difficile definire riuscita l'operazione nel suo complesso.

L'acquisto più caro non è diventato l'attaccante più importante

La storia recente del Sassuolo è piena di operazioni costruite su un principio quasi opposto: comprare bene, valorizzare, rivendere meglio. Pinamonti avrebbe dovuto rappresentare una variante a quel modello. Un investimento già importante su un giocatore relativamente affermato, nella convinzione che potesse compiere l'ultimo salto.

Quel salto è arrivato soltanto in parte, non è diventato un flop tecnico nel senso tradizionale del termine - ventisei gol impediscono di raccontarlo come un corpo estraneo o un attaccante completamente fallito - ma non è diventato nemmeno ciò che 20 milioni chiedevano che diventasse. Ed è una differenza enorme.

Un amore mai sbocciato, più che una storia fallita

Forse, allora, la definizione migliore è proprio questa: un amore mai sbocciato davvero. Pinamonti e il Sassuolo si sono rispettati. Hanno avuto momenti felici. Si sono aiutati. Il centravanti ha segnato gol importanti e il club gli ha dato fiducia, responsabilità e uno degli stipendi più importanti della propria storia. Eppure è sempre mancato qualcosa.

È mancata quella stagione da 15-18 gol capace di cambiare la percezione generale, è mancato il salto definitivo, è mancata quella sensazione, avuta con altri protagonisti della storia neroverde, che Sassuolo fosse diventato il luogo perfetto nel momento perfetto.

Persino il suo addio racconta bene questa relazione. Pinamonti ha salutato parlando di Sassuolo come di “casa”, ricordando di essere arrivato giovane e di andarsene uomo, padre e calciatore più consapevole. Parole sincere e importanti, che dimostrano quanto il rapporto umano con l'ambiente sia stato forte. Paradossalmente, forse Pinamonti si è innamorato di Sassuolo più di quanto Sassuolo sia riuscita a innamorarsi definitivamente del suo centravanti.

Il verdetto finale

Il giudizio, dunque, deve evitare due estremi. Definire Pinamonti un fallimento assoluto sarebbe ingeneroso verso quanto fatto sul campo. Raccontare l'operazione come un successo significherebbe invece ignorare cifre troppo grandi per essere messe tra parentesi. La verità sta nel mezzo, ma non esattamente a metà.

Pinamonti è stato un buon centravanti per il Sassuolo. L'investimento Pinamonti, invece, non ha funzionato.

Venti milioni per acquistarlo, circa 2,4 milioni a stagione d'ingaggio, 26 reti nelle tre annate effettivamente disputate in neroverde, un prestito al Genoa nel mezzo e infine la cessione alla Lazio per 3 milioni più 9 di bonus. I numeri non cancellano l'impegno, così come l'impegno non può cancellare i numeri.

Resta l'immagine di un giocatore cresciuto con il passare degli anni, diventato più completo e più dentro le partite, ma mai abbastanza prolifico da far dimenticare il prezzo scritto sul cartellino il giorno del suo arrivo.

Il Sassuolo aveva comprato Pinamonti pagando il prezzo di una certezza e ha ricevuto, alla fine, il rendimento di un buon centravanti. Non è la stessa cosa. Adesso lui riparte dalla Lazio e Sassuolo volta pagina.

Senza rancore, senza processi e senza bisogno di riscrivere la storia. Perché alcune storie d'amore finiscono con un tradimento, altre con una porta sbattuta. Questa no: Pinamonti e il Sassuolo si salutano stringendosi la mano, forse con un solo rimpianto. Aver speso e sperato come per un grande amore, senza riuscire mai a innamorarsi fino in fondo.

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Sezione: News / Data: Gio 27 agosto 2026 alle 15:23
Autore: Antonio Parrotto / Twitter: @AntonioParr8
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