C'è il calciatore, naturalmente. Ma prima ancora c'è tutto quello che lo ha costruito: Castellammare di Stabia, la famiglia, i fratelli, il campetto sotto casa, Brescia, l'Inter, gli errori, le partenze, il ritorno in Serie A e adesso il Sassuolo. Sebastiano Esposito si racconta a SassuoloChannel andando molto oltre la classica intervista di presentazione. Ne viene fuori il ritratto di un ragazzo che non rinnega quasi nulla del proprio percorso, nemmeno le curve più complicate, e che considera l'approdo in neroverde come una tappa precisa: non un semplice passaggio, ma il posto scelto per provare a completare il salto.

"Sassuolo mi è sempre piaciuto", racconta l'attaccante, spiegando che tra le diverse possibilità emerse sul mercato quella neroverde lo aveva convinto immediatamente. Dopo un'estate definita "turbolenta" e anni non sempre lineari, Esposito cercava soprattutto un ambiente nel quale potersi stabilizzare, crescere e dare continuità al proprio talento. "Era la piazza ideale per crescere, per consacrarmi in Serie A, per cercare di conquistare anche la Nazionale". Un obiettivo, quest'ultimo, raggiunto molto più velocemente di quanto probabilmente immaginasse.

Il progetto illustrato dalla società e da Alberto Aquilani ha fatto il resto. Esposito parla dell'allenatore con parole nette: "È una persona vera, schietta, molto simpatica", spiegando di apprezzarne il modo sereno di rapportarsi con il gruppo e soprattutto una proposta di gioco che considera adatta alle proprie caratteristiche. Sul Sassuolo, però, non nasconde ciò che ancora manca: "Siamo stati un po' altalenanti, un po' discontinui". La convinzione, allo stesso tempo, è che il margine sia importante: "Abbiamo delle potenzialità enormi". Il compito è trasformarle in continuità.

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Da Castellammare a Brescia: il primo uomo che credette negli Esposito

Per capire Sebastiano Esposito bisogna però tornare molto indietro. Prima dell'Inter, prima della Champions League, prima dei prestiti e della Serie A c'è Roberto Clerici, figura alla quale l'attaccante resta profondamente legato.

"Per me è stato, anche se non c'è più, è. Perché per me è sempre presente", racconta. Esposito conserva ancora una sua fotografia nel portafoglio e lo definisce "un secondo padre", l'uomo che per primo credette realmente nelle possibilità sue e dei fratelli. Fu anche grazie a quella intuizione che la famiglia lasciò Castellammare per trasferirsi a Brescia, una scelta che comportò sacrifici importanti per tutti.

Clerici lo aveva visto giocare da bambino. Rimase colpito dalla sua sfrontatezza, dal talento e, soprattutto, da un episodio curioso: Esposito saltò diversi avversari ma, anziché concludere personalmente, servì il compagno per il gol. Quello che per Sebastiano era soltanto un gesto naturale, quasi un gioco imparato nel quartiere, per chi lo osservava rappresentava già un indizio di maturità calcistica.

Il calcio, in casa Esposito, del resto non è mai stato esattamente un elemento estraneo. Il nonno viene ricordato come un giocatore di grande tecnica, dotato di un mancino importante, anche se la sua carriera prese poi un'altra direzione fino a portarlo all'insegnamento del latino e del greco. Sul padre Sebastiano scherza: "Abbiamo il DNA di papà, però papà è un po' più scarso di noi". Difensore centrale, racconta, con una propensione decisamente maggiore per i contrasti che per il gioco di fino.

Inter, San Siro e quell'incoscienza che diventa una forza

Dopo tre anni a Brescia arriva l'Inter. E per un bambino abituato a inseguire il pallone, entrare per la prima volta nel centro sportivo nerazzurro significò qualcosa di molto vicino a un parco giochi.

"È stata un'emozione unica", ricorda Esposito. Ma quello fu anche il primo vero salto di livello: maggiore concorrenza, responsabilità diverse, l'obbligo quasi quotidiano di confrontarsi con altri ragazzi selezionati per arrivare in alto. Un passaggio che contribuì a far capire a lui e ai fratelli quanto sarebbe stato complicato trasformare un sogno in una professione.

C'è poi un concetto che ritorna spesso nella sua storia: l'incoscienza. Esposito la considera una delle proprie qualità più importanti, pur sapendo che a volte può diventare un difetto. È la capacità di non percepire fino in fondo il peso del momento. Succede all'esordio in Champions League, succede a San Siro, succede anni dopo anche con la Nazionale.

"Non mi appesantisce il momento importante che sto vivendo", spiega. E forse senza quella particolare dose di incoscienza sarebbe stato più difficile affrontare certi passaggi quando era ancora poco più che un ragazzino.

Il 21 dicembre 2019 resta una data particolare, tanto da essere tatuata sulla gamba. L'esordio da titolare in Serie A con l'Inter fu per Esposito un punto di partenza, non di arrivo. Quel giorno arrivò anche il gol dal dischetto, dopo che Romelu Lukaku gli aveva lasciato il pallone. Esposito racconta di non aver praticamente pensato alle conseguenze di un eventuale errore davanti a decine di migliaia di persone: chiese di calciare e segnò.

I prestiti, l'etichetta di "bad boy" e la scelta dell'estero

Il percorso successivo, però, non fu lineare. SPAL, Venezia, esperienze che Esposito definisce anche negative ma che oggi considera decisive per la propria crescita, soprattutto dal punto di vista dell'atteggiamento e della capacità di stare dentro uno spogliatoio.

Il passaggio più interessante riguarda l'etichetta che per qualche tempo lo ha accompagnato. "In Italia avevo l'etichetta del bad boy, del cattivo ragazzo che non sapeva comportarsi", ammette. E aggiunge subito una precisazione non banale: "Su alcune cose avevano anche ragione". Anche per questo arrivò la scelta di andare all'estero, dove scoprì un modo differente di vivere il calcio, meno ossessivo rispetto a quello italiano e capace di regalargli anche un'apertura culturale diversa.

Esposito non cancella gli errori. Anzi, li mette dentro il proprio percorso. Racconta di aver avuto da sempre una personalità molto forte e di averla espressa talvolta nel modo sbagliato, soprattutto quando era più giovane. Ma traccia anche una linea precisa: "Ho fatto i miei errori ma mi sono fatto male da solo". Mai, sostiene, danneggiando volontariamente un compagno, un allenatore o il gruppo.

La Sampdoria rappresenta invece uno snodo positivo. Genova gli restituisce visibilità e soprattutto gli permette di rimettersi sulla strada della Serie A dopo stagioni trascorse tra cadetteria ed esperienze lontano dall'Italia. "Mi sono innamorato della città, dei tifosi, della piazza, dello stadio, di tutto", racconta, ricordando quell'annata come una delle più significative del proprio percorso.

Gli Esposito, il numero 94 e quel campetto dove si litiga ancora

Poi c'è la famiglia. Un capitolo che nell'intervista occupa inevitabilmente molto spazio. Sebastiano parla dei fratelli, ma ricorda anche con un sorriso l'esistenza della sorella Anna Maria, scherzando sul fatto che venga nominata meno rispetto ai tre calciatori di famiglia. È in attesa di due gemelli e l'attaccante neroverde scherza ancora: "Speriamo che nascano altri due Espositini".

Dietro la battuta c'è però un legame familiare fortissimo. Sebastiano attribuisce ai genitori gran parte del merito per aver mantenuto uniti i quattro fratelli anche quando il calcio li ha portati lontano da casa. Quando riescono a ritrovarsi tutti insieme, dice, "è festa".

E proprio alle origini è legato il numero 94, scelto da Sebastiano anche al Sassuolo. Non è casuale: richiama il rione di Castellammare nel quale gli Esposito sono cresciuti, Cicerone 94. I tre fratelli si erano promessi che, una volta arrivati tutti ad alto livello, avrebbero indossato quel numero per rendere omaggio alle proprie radici.

Radici che ogni estate tornano a farsi sentire. Nel campetto sotto casa si continua a giocare e, soprattutto, a litigare. Esposito racconta una competitività quasi feroce tra fratelli, fatta di falli, sfottò e discussioni che possono diventare accesissime. In fondo, però, è sempre lo stesso calcio di quando erano bambini. "Siamo cresciuti pane e pallone", sintetizza.

La Nazionale con il fratello: "Farò di tutto per non togliere mai quella maglia"

Il primo ricordo azzurro di Sebastiano è il Mondiale del 2006. Aveva appena quattro anni, ma nella memoria sono rimasti Buffon, Totti, Pirlo e quella Nazionale diventata campione del mondo. Vent'anni dopo quella maglia l'ha indossata davvero: "È un onore per me aver indossato la maglia della Nazionale, averlo fatto con mio fratello". E con la solita ironia aggiunge che, essendo stato l'ultimo dei fratelli a debuttare in azzurro, non avrebbe potuto sopportare di chiudere la carriera senza riuscirci: a casa lo avrebbero preso in giro per sempre.

C'è una fotografia che conserva e che racconta più di tante parole: lui e il fratello abbracciati durante l'inno. "Mi vengono i brividi", ammette, perché dentro quell'immagine rivede il percorso, i sacrifici e tutta la famiglia. Il suo obiettivo, adesso, è semplice da raccontare e molto più complicato da raggiungere: non togliersi più quella maglia.

Berardi, il Fantacalcio e l'esempio del capitano

Nel presente neroverde c'è infine Domenico Berardi, che Esposito conosceva già prima di diventare suo compagno di squadra per un motivo decisamente meno istituzionale: giocavano insieme al Fantacalcio.

Sul campo, però, il giudizio cambia immediatamente registro: "Mimmo è il capitano, è la storia di questo club", dice Esposito. Lo descrive come un leader capace soprattutto di dare l'esempio quotidiano: il primo a lavorare, il primo a spingere in allenamento, un riferimento inevitabile per i più giovani. Il concetto espresso dall'attaccante è molto semplice: se uno come Berardi continua ad allenarsi con quella intensità dopo tutto ciò che ha fatto con il Sassuolo, gli altri hanno ancora meno alibi.

"Ad oggi sono nel posto dove voglio essere", dice. Dopo tanti giri, è probabilmente la frase che racconta meglio il momento di Sebastiano Esposito.

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Sezione: News / Data: Gio 29 ottobre 2026 alle 16:12
Autore: Sarah G. Comotto
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