A tutto Fabio Grosso. Seconda parte dell'intervista del tecnico del Sassuolo concessa a La Repubblica. L'allenatore ha ripercorso la sua carriera toccando vari argomenti. In questa parte anche un Fabio Grosso più intimo, che racconta la sua vita fuori dal campo e non solo.

Talento e impegno. Nella sua carriera da calciatore, in quale proporzione hanno pesato?
"Solo talento, no. Ma impegno e basta sarebbe riduttivo. Sono partito da lontanissimo: quattro anni in Eccellenza, tre in serie C, in A sono arrivato a 23 anni. Mi sono goduto tutto. Sono ancora attivo nelle chat degli ex compagni ai tempi dei dilettanti, non solo in quella dei campioni del 2006".

Giovedì rischiamo di nuovo di restar fuori dal Mondiale.
"Serviranno energia e passione, consapevolezza della propria forza e capacità di mettersi in discussione. Le qualità per andare al Mondiale le abbiamo".

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In campo un po’ di paura serve?
"È necessaria, è uno stimolo, fa emergere le qualità. In campo bisogna vivere in quello spazio che separa il giusto timore dal panico, che invece è negativo".

Gattuso è l’uomo adatto?
"Sa che noi amici lo sosteniamo e facciamo il tifo per lui, ma lo lasciamo lavorare in pace. La chat in questi giorni è silenziosa".

Tanti campioni del mondo del 2006 oggi allenano.
"Succede alle squadre che hanno avuto grandi tecnici, capaci di trasferire un’eredità: idee, concetti, valori, uno stile. Ho avuto maestri anche nei dilettanti, a partire da Cetteo Di Mascio. Poi Lippi in due anni ci ha portato a toccare vette che credevamo impossibili. Ci ha convinti di potercela fare".

Al posto di Lippi, avrebbe scelto Grosso come rigorista?
"Sì. Non so se come ultimo. Ma era una responsabilità che mi ero sempre preso anche in Eccellenza. Sono contento di averlo fatto. Nelle difficoltà trovo il coraggio. Nei momenti belli non mi esalto".

È il suo superpotere?
"Nel calcio i superpoteri li hanno altri. Penso a Ronaldo il Fenomeno. Impazzivo per le sue giocate".

Lei nasce fantasista.
"Giocavo da mezzala offensiva, fu Serse Cosmi a spostarmi in fascia, dove servono disponibilità, generosità, sacrificio. Da numero 10 mi fidavo del mio piede e della mia capacità di leggere il calcio".

Quel tatuaggio che si intravede sul polso che cosa rappresenta?
"È l’unico che ho. Sono le date di nascita dei miei figli. Il primo è arrivato nel 2006, dopo aver vinto il Mondiale. Mio padre, che non c’è più, lo ricordo invece con la sua collanina, che porto al collo. Era impiegato in posta come mamma. È lui che mi ha fatto innamorare del calcio".

E quando smetterà?
"Il campo mi piace tantissimo, ma ho già passato periodi senza calcio, e stavo bene. Mi sono goduto il tempo e la famiglia. L’idea di smettere, un giorno, non mi spaventa. Mi piacciono il tennis e il padel, il mare, la montagna e lo sci, il cinema e i bei libri".

L’ultimo che ha letto?
"Succede sempre qualcosa di meraviglioso, di Gianluca Gotto. Insegna a non farsi travolgere dai fatti, a fare un passo indietro, ad allargare la visione".

Cosa la spaventa davvero?
"L’idea che le persone a cui voglio bene possano stare male. Da quando hai figli, per stare bene tu devono stare bene anche loro".

I suoi figli, entrambi calciatori, lo hanno imparato?
"Si divertono. Giocano con energia e passione. È una soddisfazione".

Qual è il suo sogno nella vita?
"Che un giorno i miei figli dicano che sono stato un buon papà".

Sezione: News / Data: Mar 24 marzo 2026 alle 18:05
Autore: Manuel Rizzo
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