Cento panchine in Serie A per mister Roberto De Zerbi celebrate con il 3-3 sul Napoli. L'allenatore del Sassuolo Calcio ha parlato a Nero&Verde nella prima parte di 'De Zerbi racconta' ha parlato delle 100 panchine a Sassuolo, delle sue idee di calcio, dei suoi miglioramenti, e di tanto altro ancora. Ecco le sue parole: "Per come sono fatto non riesco mai a godermi le cose, penso sempre al passo successivo. Una volta firmato il contratto con Carnevali e dopo aver parlato con Squinzi, era come sentirsi sotto esame perché qui era passato Di Francesco, aveva lasciato il segno, dovevo mettermi alla prova e dimostrare di essere all'altezza ma questo è quello che penso sempre, difficilmente mi fermo a pensare a quanto di buono fatto, più facilmente penso a quello che avremmo potuto fare ed è un difetto perché non ti godi niente ma è un pregio perché non molli mai".
Quando si guarda dietro cosa vede?
"Quando mi fermo e guardo dietro, in quelle poche volte, conto le panchine fatte sin qui, sono molto orgoglioso di quello che ho fatto. Avere 250 panchine totali a 41 anni, più di 100 a Sassuolo, è un vanto e un orgoglio che non tutti possono avere ma questo non mi condiziona più di tanto, mi condiziona il non fermarsi, l'andare a ricercare quello che non ho. Ho cercato sempre quello che non ho, se tu sei una persona riflessiva come me lo trovi sempre quel qualcosa che manca. Nella mia idea ci metto passione, studio, evoluzione, innovazione, poi c'è un aspetto che diventa determinante. Prima parlavo delle panchine fatte sin qui ma questo traguardo l'ho potuto tagliare non solo grazie alla società ma grazie ai giocatori, perché sono loro che mi hanno seguito, sono lo strumento attraverso il quale vengo criticato o apprezzato".
La sua idea di calcio è esigente e complessa?
"Sono consapevole che è una richiesta particolare, sono consapevole che il modo in cui richiedo le cose è molto esigente, non lascio spazio al si può fare o no, è si o si e anche veloce, ma io ero certo che l'esito finale fosse positivo perché la squadra l'abbiamo costruita insieme seguendo le politiche societarie con dei giovani di prospettiva e seguendo l'idea dell'allenatore che in quel momento ero io, sono io. E tu quando chiedi a un giocatore specifico, funzionale, di fare qualcosa, proprio perché funzionale sei sicuro dell'esito. Poi puoi non essere certo della disponibilità che è sempre stata 100, totale, però l'esito ero sicuro che potesse essere positivo perché la mia richiesta si sposava con le caratteristiche dei giocatori che avevo. A Giovanni Carnevali durante una riunione dissi che se avessimo fatto una squadra funzionale in 20 giorni la squadra avrebbe avuto identità perché il 5-0 con la Ternana in Coppa Italia si vedevano già tantissime cose. La partita con l'Inter, che è stato il mio biglietto di presentazione, oltre alla vittoria, è stato fatto qualcosa di strepitoso dal punto di vista dell'organizzazione e del gioco".
Qual è la sua qualità nascosta?
"Sono malato di tattica, entro nelle valutazioni degli acquisti e delle cessioni, come facevo anche nelle altre società, la cosa che non arriva subito, ancora prima, l'aspetto tattico, tecnico, la costruzione, è la passione che voglio che le mie squadre abbiano, che tutti abbiano nell'ambiente dove lavoro e col mio essere contagioso provo a trasferirlo a tutti giornalmente con il mio modo di fare. Questa è la qualità che non sempre esce perché i giocatori sanno che impiego tanto tempo nel modello di gioco nostro, nel chiedere dettagli, ma oltre all'aspetto calcistico c'è l'aspetto della passione. A me piace semplificare il calcio come lo giocano i bambini, come lo giocano quelli che pagano il campo dalle 6 alle 7 la sera perché senza quello si fa ancora più fatica a capire cosa chiedo sotto l'aspetto tattica, se capisci quello di me fai meno fatica".
Quanto è importante l'esperienza? E' migliorato rispetto a quando ha iniziato?
"L'elemento esperienza quando non ce l'hai pensi che non sia importante, quando te la conquisti, te la crei, ne capisci l'importanza. Sicuramente sono migliorato. Riesco a leggere meglio la partita, riesco a essere più bravo nella strategia, prima ero più istintivo, come mamma mi ha fatto, ora non penso fino a 10 ma fino a 7-8 ci arrivo e questo riesce a migliorarti. Dal punto di vista tattico il confine è sempre lo stesso: fin quanto puoi andare avanti col pensiero e quando poi devi avere la lucidità di fermarti perché altrimenti rischieresti di fare una pagina in più del libro e di andare oltre e vorrebbe dire non mettere i giocatori nelle condizioni ideali, uscirebbe più un ego mio e non la ricerca del concreto ma ho fatto delle cose che sono andate avanti come nella conoscenza dei ragazzi. Nel primo anno variavamo la difesa da 4 a 3, il secondo anno siamo partiti con il trequartista e 2 punte, poi l'abbiamo cambiato perché abbiamo capito che ci serviva sempre l'ampiezza, poi ho ribaltato tutto per far coesistere quanti più giocatori di qualità potevano stare assieme, quando ci hanno studiato abbiamo portato fuori i mediani dal loro habitat naturale, abbiamo alzato la pressione come baricentro e secondo me difendiamo anche meglio, Consigli è diventato un portiere più bravo e più completo. Tante cose, se mi chiedi come la vedi tu, se sono contento di quello che hai fatto nell'evoluzione? Ti rispondo di sì, molto. Se mi chiedi se avrei potuto fare qualcosa di diverso ti dico di sì perché qualcosa in più avremmo potuto fare".
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Squinzi?
"Le sue parole ti penetravano, ti contagiavano. Quando ci siamo conosciuti mi disse 'Roberto ti chiedo di vedere la squadra giocare bene e di attaccare'. E questo mi rimbomba ancora nelle orecchie. Fare l'allenatore è pesante nel senso che ti assumi delle responsabilità che a me piace portare a termine e quando penso al Dottore mi dico che sto rispettando quella parola che avevo dato e che sto rispettando la responsabilità presa".
Critiche e complimenti?
"Le guardo tutte, mi fanno arrabbiare, ne tengo conto. Sono distruttive, fatte da invidiosi e da gente che critica per partito preso. Cerco di farmi una corazza per andare avanti perché oggi il mondo del fai e disfa in 5 minuti, quando va bene è tutto dovuto e quando va male sei l'unico capro espriatorio. Questo è uno degli aspetti dove sono diventato più riflessivo. I complimenti dei colleghi, di gente di calcio, come Guardiola, Sarri, Rummenigge, mi hanno fatto molto molto piacere".
L'ambiente Sassuolo?
"Qui lavori bene, tranquillo, ma non c'è la pressione. Quindi o ti crei da solo la pressione o fai fatica. Io quando non ho la pressione me la creo da solo, ci convivo abbastanza bene, mi manca quando non ce l'ho e la so gestire, per un giocatore che non è capace a crearsi queste motivazioni da solo, a Sassuolo c'è il rischio di sedersi. In questi anni mi è venuto naturale creare queste pressioni. Credo che in questi tre anni le uniche pressioni per i giocatori sono venute dal sottoscritto perché li ho tirati per il collo e io credo che solo così si arrivi al miglioramento. Poi, io inseguo sempre la perfezione e spero di conservare sempre questo aspetto perché mi darà il fuoco per andare avanti, quando non la cercherò più sarò finito come allenatore".
Lo staff?
"Il mio staff ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro, io sono la punte dell'iceberg. Dico sempre che loro nelle loro mansioni sono più bravi rispetto a me nella mia. C'è condivisione di idee ma anche nelle scelte della formazione perché chiedo e mi confido molto, nello sviluppo della settimana".
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