Bella intervista di Filip Djuricic, calciatore del Sassuolo, a La Repubblica. Lunga chiacchierata di Matteo Pinci con il numero 10 neroverde che ha parlato dei suoi inizi, della sua esperienza a Sassuolo e di tante altre ancora. Djuricic forse è l'ultimo vero 10 della Serie A: "Magari esagerano. Non ricordo perché da bambino iniziai a giocare con quella maglia. Ma mi piace, perché se guardi una partita in cui non conosci nessuno, fissi il numero dieci e ti aspetti che faccia qualcosa: è una responsabilità e una pressione, ma anche un piacere".

Al Sassuolo è rinato, ma veniva da anni molto negativi: come se li spiega?
"Un altro al posto mio avrebbe lasciato il calcio tre anni fa: ero alla Samp e non giocavo mai dopo essere stato l’acquisto più caro del Benfica, 8 o 9 milioni, prima dei prezzi malati di oggi. Mi sono detto: se mi arrendo ho perso. E nel momento peggiore mi ha chiamato De Zerbi al Benevento: non ero sicuro di andare, a gennaio erano già quasi retrocessi".

Invece si è fatto convincere.
"Se non lo avessi incontrato non sarei al Sassuolo: mi ha fatto delle promesse e le ha mantenute. Poi era anche lui un 10, mi capisce meglio di altri. Potevo far meglio anche prima, dipendeva da me, ma adesso ho degli obiettivi da raggiungere prima di finire la carriera".

E quali sarebbero?
"Tornare a giocare in una grande squadra, che faccia la Champions. E poi disputare con la Serbia una grande competizione, un Europeo o un Mondiale».

E se la Champions la giocasse col Sassuolo?
"Il Leicester ha vinto la Premier, tutto è possibile: ma dobbiamo essere realisti. Primo: migliorare l’ottavo posto dell’anno scorso".

L’obiettivo Europei invece dovrà rimandarlo, visto che la Serbia non si è qualificata.
"Potremmo avere una nazionale forte come la Croazia, basta leggere i nomi: Jovic, Tadic, Milinkovic. Ma non abbiamo la mentalità da grande squadra, tutti pensavano che lo spareggio con la Scozia l’avremmo vinto facilmente. Ora sembra la fine del mondo. Non c’è equilibrio, o siamo i migliori del mondo o i peggiori. Ma i prossimi saranno gli anni della Serbia".

Gli anni della guerra pesano sul suo legame con la nazionale?
"No, io non l’ho vissuta la guerra: ho tanti amici croati, non sento la distanza. Anzi, ci fosse una nazionale jugoslava oggi lotterebbe per vincere i Mondiali. I miei ricordi sono concentrati più su quando gli Stati Uniti hanno bombardato il mio Paese, ero un bambino e non potevo uscire a giocare, mi dava fastidio".

Già giocava a calcio?
"Il primo ricordo sono io a quattro o cinque anni che scendo a giocare al campo vicino casa. Il mister mi dice di andare a sinistra, ma io non sapevo che fare perché non sapevo distinguere destra e sinistra: sapevo solo giocare".

Il suo primo pallone lo ricorda?
"Ne avevo tanti, mio padre ha lavorato con Adidas e Diadora: avevo scarpe, palloni e la maglia di una squadra italiana, ma non vi dico quale".

Era tifoso?
"Mio padre mi ha tesserato come tifoso della Stella Rossa a tre mesi. Lui era in servizio al Marakàna di Belgrado, ho visto per anni tutte le partite della Stella Rossa, ricordo bene Pantelic o Zigic, un centravanti di due metri che una volta segnò contro la Roma di sinistro all’incrocio da 30 metri. E guardavo anche papà, che giocava nella nazionale jugoslava di calcio a cinque".

E un giocatore a cui si ispirava?
"Ho sempre guardato fuori, il mio idolo era Kakà, la Serie A lì si guarda ancora più di Bundesliga o Premier. E mi piaceva Dejan Stankovic, da bambino avevo la sua maglia della Lazio, ce l’ho ancora".

È la maglia a cui è più legato?
"Io le maglie da calcio le colleziono, ne scambio spesso, ho anche quella di Kolarov. Quella a cui sono più legato è quella del Barcellona, che mi regalò André Gomes, con cui ho giocato al Benfica".

Non ha tatuaggi, vero? Non la guardano male nello spogliatoio?
"Magari guardo male io loro (ride). No, non mi piacciono, anche dieci anni fa quando giocavo in Olanda e già ne vedevo di pazzeschi".

Una passione oltre al calcio?
"È appena nato Matija, il mio terzo figlio, non ho molto tempo. Ma mi piace il basket: l’ho sempre seguito e ci ho giocato. A Bologna c’è la Virtu di Djordjevic e Teodosic: sarei dovuto andare a vederla, ma il Covid ha bloccato tutto".

Lei a inizio novembre è stato contagiato, ha avuto paura?
"Sì, di contagiare mia moglie o i miei bambini. Non per me: non ho mai vissuto con la paura di morire".

Sezione: News / Data: Sab 19 dicembre 2020 alle 10:03
Autore: Redazione SN / Twitter: @sassuolonews
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