Di questi tempi, con la ripresa di molti campionati ancora in ballo, ci si chiede spesso quale sia il reale rischio di contagio da Covid-19 durante una partita di calcio. L’Università di Aarhus, in Danimarca, ha condotto uno studio per rispondere proprio a questa domanda. Basandosi sull’analisi di 14 partite della Super League danese, i ricercatori hanno ipotizzato che fra gli atleti in campo ci fosse un infetto da Coronavirus, osservando per quanto tempo il calciatore positivo si è trovato ad una distanza inferiore al metro e mezzo (sotto la qual misura il rischio di contagio è molto rilevante) dagli altri 21 in campo. È emerso che i giocatori rimangono a meno di 150 centimetri gli uni dagli altri da zero a 657 secondi (quasi 11 minuti), per una media di 1’28’’ a giocatore.

Dai 15.750 risultati analizzati, come spiegato dal professor Thomas Anderson, si notano grandi differenze fra i ruoli. Il centravanti resta infatti all’interno della zona di infezione per 2 minuti, più di 30 secondi rispetto agli altri atleti in campo. Secondo il National Board of Health, è però considerato un contatto rilevante, e quindi con ampio rischio di contagio, la persistenza a meno di 2 metri da una persona infetta per più di 15 minuti. Quindi non sembra che una partita di calcio, alla luce dei dati raccolti, possa essere pericolosa. Inoltre è risultato che, non essendo così veloci e vicini agli avversari come lo sono invece i professionisti, nelle categorie giovanili e dilettantistiche la probabilità di contrazione del virus cala del 50%.

Sezione: Non solo Sasol / Data: Mer 20 maggio 2020 alle 20:58
Autore: Giovanni Fiori
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